Il rendimento è la punta dell’iceberg.

Conta poco e nulla nel processo di pianificazione.

Se per investire partiamo con l’obiettivo del rendimento, partiamo con il piede sbagliato.

La classica mentalità dell’Italiano da bar è avere in bocca i rendimenti, vantarsi con gli amici dell’operazione fatta su Fincantieri dove si è portato a casa il 10%.

Quando gli chiedi il perché dell’acquisto partono con spiegazioni da mani nei capelli e da analisti del giorno dopo.

E’ normale, è il classico approccio da Italiano medio che vive di film e passato, “si stava meglio quando si stava peggio”.

Ma se stai leggendo queste righe non sei tra quei soggetti o quanto meno sei disposto ad elevarti, e questo mi fa piacere, ma farà ancora più piacere ai tuoi soldi.

Vorrei poterti dire che il rendimento è l’unica cosa che conta, sarebbe tutto più facile, confermare delle convinzioni popolari Medievali piuttosto che mettermi a combatterle, sentendomi come Don Chisciotte contro i mulini a vento.

Eppure, sono qui, che provo a sbattere la verità in faccia ai pochi che vogliono saperla, per il loro bene.

Leggevo tempo fa di un sondaggio che faceva notare  come il criterio più usato per la scelta di un fondo fosse il rendimento passato. Questo conferma la regola, non si è capito nulla.

I rendimenti, soprattutto passati, non sono indicativi. Certo ci servono ma non devono essere il metro di paragone assoluto.

E’ contro intuitivo lo so, ma è la verità.

Mi capita sempre, vorrei dire spesso, ma siamo più vicini al sempre, di preparare una pianificazione per un cliente e l’oggetto più pesante della discussione è il rendimento. “Quanto ottengo? Ma quanto mi dai? Quanto rende?”

E’ il normale approccio, è giustificabile, l’industria del risparmio ha gettato fango, per non dire altro, per anni e continua a farlo. Questo è quello che ne viene fuori.

Ha incentrato l’intero sistema con slogan errati, con i guadagni garanti, il tasso annuo netto, il conto deposito a tasso fisso, ecc…

Alla luce di questi fattori, non mi meraviglio se siamo tra gli ultimi in Europa per educazione finanziaria.

Il rendimento è il frutto, la parte finale. Ma è la pianta che dobbiamo “costruire”, quella che ci deve importare.

Dobbiamo prima scegliere dove piantarla, mettere il seme, prendercene cura, aspettare e poi raccogliere i frutti. Quanti? Fatica saperlo prima…

Ci sono statistiche, previsioni e rendimenti attesi, contano ma fino a un certo punto.

Non voglio dire che non sia importante ottenere rendimenti, alla fine è il motivo per il quale investiamo, sto dicendo che il rendimento arriverà se si fa bene il lavoro in partenza. E’ inutile voler sapere una cosa che, a priori, non è determinabile.

Non si può in partenza avere certezze di rendimenti.

Eppure vogliamo sempre mettere certezze in punti dove non possono esistere.

Come uomini facciamo fatica a stare nell’incertezza, ci turba.

L’unica certezza che abbiamo è quella che ci fa più male, parcheggiare i soldi sul conto corrente ed essere CERTI DI PERDERE. Il costo della “sicurezza” lo definirei.

Puoi trovare persone che assecondano i tuoi pianti, persone disposte a fare “sì sì” con la testa, così ti senti bene, gli affidi i soldi  e se va bene, tutto ok, ma se va male sono cazzi.

E può capitare, proprio perché, grazie all’aiuto “dell’esperto”, avete messo certezza dove non poteva stare, e questo è il risultato.

Sembra assurdo ma ci sono clienti che litigano con i consulenti perché l’investimento è andato male.

Ora, escludendo motivazioni di costi e inefficienze, supponiamo che davvero il consulente abbia fatto bene il suo lavoro, cosa rara conoscendo il settore ma facciamo finta di sì, quali sono i motivi del litigio?

Semplicemente, fin dall’inizio, non erano chiare le condizioni e le regole di mercato.

Se facciamo un piano d’accumulo, a 5 anni, sull’azionario globale e a fine periodo abbiamo un ritorno negativo non possiamo rimanerci male.

E se ci rimaniamo male o non ci hanno spiegato le regole o non le abbiamo capite (evidentemente non ce le hanno spiegate bene).

Di fatti a 5 anni un piano di accumulo ha possibilità di terminare in negativo.

E qui arriva il concetto chiave, quello da cui dovrebbe partire ogni investimento.

L’orizzonte temporale, detto anche “holding period”,  è l’elemento chiave da conoscere in partenza, assieme alla massima oscillazione sopportabile, ma rimaniamo sul primo.

Come dice Warren Buffett “La prima regola: non perdere denaro. La seconda : non dimenticare mai la prima”.

Investendo la prima cosa da fare è assicurarsi di non perdere soldi, poi pensiamo a guadagnare.

Per fare questo serve avere ben chiaro il tempo dell’investimento, ed è inutile dire “eh ma io non so, non posso impegnarmi, non conosco il futuro”. Premesso che questo punto è stato toccato svariate volte e abbiamo anche capito quanto sia un’affermazione spesso irrazionale, dobbiamo anche capire che la soluzione “conto corrente” con perdita assicurata è lì per gli indecisi.

L’indecisione si paga.

Quindi, una volta che abbiamo l’orizzonte temporale possiamo iniziare la nostra pianificazione in modo corretto.

Se non ti chiedono l’orizzonte temporale c’è un grosso, grossissimo errore, una mancanza che costa caro è un po’ come costruire una casa con le fondamenta sulla sabbia. Essere liquidati con un “dai partiamo poi valutiamo piano piano” non è un orizzonte temporale.

Ma per il consulente medio, per il bancario medio è una consuetudine, è più facile così, dire la verità sembra un concetto inaccettabile, perché poi il cliente va via, si prende paura e non torna.

Poi però si fanno danni a tutti.

Le uniche cose sulle quali possiamo lavorare sono le variabile controllabili, il rendimento non è una di quelle. Il tempo lo è, più della crescita delle azioni globali che, aimè, non dipende da noi.

L’esempio che faccio sempre è quello della barca a vela, possiamo alzare le vele e dirigere il timone ma non possiamo comandare il vento. Di conseguenza noi facciamo il nostro e facciamoci trovare pronti.

Tornando a noi, ho messo un’immagine di JP Morgan, si è vista più volte ma la ritengo un punto di riferimento insindacabile. Nell’immagine, che vi consiglio di guardare attentamente e analizzare, si capisce tutto il discorso fatto nelle righe precedenti, ovvero che l’orizzonte temporale è il punto di partenza.

Nell’immagine abbiamo 4 orizzonti temporali  1 anno (1yr), 5 anni (5yr rolling), 10 anni e 20 anni.

Oltre ai quattro intervalli abbiamo anche 3 tipologie d’investimento, 100% azionario(stocks), 100% obbligazioni(bonds) e un mix dei due (50-50).

Nelle colonne in foto abbiamo una percentuale in basso e una in alto, quella in basso rappresenta lo scenario peggiore e quella in alto quello migliore.(ti consiglio di seguire l’immagine)

Prendiamo l’orizzonte temporale a 5 anni, supponendo che quello sia il nostro orizzonte, tra i 3 investimenti notiamo che l’unico che si è mantenuto sempre positivo al termine dei 5 anni è il portafoglio 50-50. Infatti nel peggiore dei casi avrebbe generato un 1%, mentre nel caso migliore il 21%.

Supponiamo di voler investire a 10 anni, è qui che potremmo permetterci il portafoglio 100% obbligazioni.

E’ invece, solo a 20 anni che avrebbe senso il portafoglio 100% azioni.

Appurato questo possiamo tirare le nostre conclusioni.

Se investiamo 100% in azioni a 5 anni sappiamo che allo scadere possiamo essere in negativo.

Sapere questo è FONDAMENTALE. Non deve essere bello arrivare al termine del periodo con meno soldi e senza nemmeno conoscere questa possibilità eppure è possibile, poco probabile ma possibile.

E’ da qui che si parte non dal fondo che negli ultimi 3 anni è andato meglio o peggio.

Bisogna alzare la veduta e guardare tutto da più in alto.

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