Ci sono due tipi di investitori nel mercato, coloro che comprano grandi insiemi di titoli, grazie all’utilizzo di fondi, diversificando il proprio investimento e coloro che invece provano, attraverso una selezione personale a scegliere i titoli singoli più validi.

I primi, operano di umiltà, ammettono di non conoscere il futuro, di conseguenza non conoscono il titolo che sarà il migliore della classe e si limitano a comprare il mercato intero, fiduciosi della crescita di quest’ultimo sul lungo termine. Li possiamo definire players di buon senso.

I secondi, invece, si pongono l’obiettivo di provare a scegliere, all’interno del vasto cestino chiamato mercato, quali saranno i migliori, in questo modo eviteranno i titoli peggiori tenendo per loro solo ed esclusivamente i titoli più performanti.

Detto questo, si può ben intendere che i “selezionatori”, in gergo stock pickers, hanno una premessa decisamente più accattivamene, d’altronde chi vorrebbe comprare tutto il mercato sapendo che dentro possono capitare aziende completamente scarse e con un futuro poco roseo.

Detta così, gli stock pickers vincono a mani basse.

Ma è solo un lato della medaglia questo.

La teoria è una cosa, la pratica un’altra.

Selezionare i titoli migliori, per quanto possa sembrarti facile, d’altronde basta comprare un’azienda solida in un settore in sviluppo e il gioco è fatto, o ancora meglio, comprare un titolo che negli anni passati ha reso tanto.

Beh, purtroppo non è così scontato.

Per quanto il ragionamento possa sembrare sensato, sulla carta non lo è nella realtà.

Selezionare un titolo, pensando che sarà “buono”, significa presupporre di conoscere le vicissitudini future, del mercato, del settore, dell’azienda, del board che la gestisce, dei clienti che comprano e di una miriade di fattori endogeni ed esogeni che sono, a volte, addirittura impensabili dal nostro cervello, perché magari non sono nemmeno mai capitati, risultando inconcepibili.

Senza considerare che il prezzo dell’azione che abbiamo comprato è mosso da compratori e venditori irrazionali (domanda e offerta).

Un dato che mi piacerebbe fornirti è che, dal 1950 al 2009, sono state quotate quasi 30.000 aziende nel mercato Americano, a fine 2009, 80% di queste aziende non esisteva più.

8 aziende su 10 non esistevano più.

Parliamo di aziende che sono state quotate, considerabili solide, non parliamo dell’azienda a conduzione familiare di San Giovanni in Ghiaiolo.

Concludendo, se per caso, ed evidenzio PER CASO, ti è capitato di comprare uno o due titoli e questi sono andati bene è solo grazie al fato e al vento che ha soffiato sulle tue vele. So che sembra strano, so che la potresti pensare in maniera diversa da me, ma la statistica gioca contro le tue intenzioni.

Una mera speculazione può andare bene, ma può anche andare male.

Parafrasando Nassim Taleb, la bontà di un risultato va giudicata considerando anche gli eventi che non si sono verificati, che avrebbero portato a una perdita non gestibile.

In sostanza, se attraversi la strada bendato e arrivi dall’altra parte, non sei stato bravo, ti è andata bene.

La speculazione o la scelta di titoli singoli non è da demonizzare, ma va controllata e circoscritta a somme che ci si può permettere di perdere senza andare in rovina.

Ricordando che, spesso e volentieri, si finisce per fare peggio di coloro che comprano un paniere diversificato e mantengono per lungo tempo.